Il terremoto in Myanmar si è abbattuto su una popolazione e un Paese già stremati da una dittatura che non ha esitato a proseguire bombardamenti e attacchi armati anche subito dopo che il sisma ha devastato famiglie ed edifici. È Cecilia Brighi, segretaria generale della Fondazione Italia-Birmania – Insieme, a introdurci nella storia recente del Myanmar per cercare di comprendere meglio lo stato della popolazione, spesso ignorato dai media e che, anche dopo l’emotività prodotta dal sisma, è già stato derubricato dalle prime pagine degli organi d’informazione.

Brighi parte dal 1º febbraio 2021, quando “la giunta militare birmana ha preso il potere proprio nel giorno in cui si insediava il nuovo Parlamento riconosciuto da tutti come democraticamente eletto. Immediatamente le organizzazioni sindacali birmane, la Federazione birmana e le sue affiliate, sono entrate in sciopero. Lavoratrici delle zone industriali, insegnanti, medici, infermieri, tutto il personale delle istituzioni pubbliche, lavoratori delle ferriere: tutti hanno incrociato le braccia”.

Sindacati e lavoratori 

Manifestazioni fiume sono state costanti per due mesi in tutte le città, così come scioperi generali e blocchi nelle strade. Poi la giunta militare “ha cominciato a sparare, ha messo immediatamente fuori legge l'organizzazione sindacale, emanando mandati di cattura per i leader, arrivando a cancellare la cittadinanza al presidente della Confederazione il quale è quindi diventato apolide”, dice Brighi.

Inoltre ai sindacalisti è stato ritirato il passaporto e ancora oggi sono impossibilitati ad andare legalmente fuori dal Paese: molti di loro “sono intrappolati nella giungla birmana ormai da 4 anni e lavorano clandestinamente per organizzare la controffensiva non violenta nei confronti della giunta. Contemporaneamente c'è una resistenza armata che è costituita non solo dagli eserciti etnici, ma anche dalle forze di difesa popolare che si sono organizzate dopo la dittatura”. 

Si tratta di giovani che hanno scelto di combattere contro della dittatura e “ormai hanno conquistato quasi l’80% del Paese. Quindi, quando è avvenuto il terremoto la giunta aveva ormai il controllo solo del 21% del territorio, motivo per il quale può attaccare solamente attraverso i bombardamenti su scuole, ospedali, chiese, monasteri, terrorizzando i cittadini, bruciando i villaggi”. 

Vite senza diritti 

“Vivere in Birmania vuole dire vivere con la paura costante di essere arrestati”, ci dice Brighi che il Paese lo conosce molto bene, vista l’attività della sua Fondazione, nata nel 2013, e che “dopo il colpo di stato ha iniziato a lavorare ancora di più con le zone industriali, soprattutto nel settore tessile dell’abbigliamento, dove operano imprese italiane come Ovs o Liu Jo. Ce ne sono tante e fanno lavorare i birmani in condizioni di estremo sfruttamento, di schiavitù”.

Gli straordinari, attacca, “non sono pagati, le lavoratrici sono costrette a rimanere in fabbrica di notte perché c'è il coprifuoco e i posti di blocco militari che quando vedono le ragazze uscire dalle fabbriche le molestano. Oltre al fatto che c’è una coscrizione militare forzata di tutti i ragazzi e le ragazze sopra i 18 anni. Siccome moltissimi stanno scappando al sud e nelle zone liberate dove ci sono i rappresentanti sindacali, stanno sequestrando le loro famiglie. La paura è costante”.

L’appello

La Fondazione Italia-Birmania – Insieme, con la Confederazione birmana ha costruito una rete sotterranea di attivisti che, prima del terremoto, stava lavorando a una campagna contro la giunta militare e le elezioni che vuole indire per dicembre e gennaio prossimi: “Questa rete – ci fa sapere Brighi – sta intervenendo ora nei soccorsi in modo indipendente, perché la giunta non fornisce gli strumenti, li sequestra. Questo è il motivo per il quale l'Unione europea ha garantito che i suoi aiuti non saranno consegnati alla giunta. L’Unione però ha forti resistenze a lavorare con il sindacato e questo è un problema, perché è da quattro anni che combattiamo, chiedendo alle imprese europee che se ne vadano responsabilmente dal Myanmar per la mancanza di condizioni di attuazione della due diligence nelle fabbriche. La Ue continua a sostenere queste imprese e noi veniamo considerati inaffidabili perché difendiamo le lavoratrici, ormai diventate schiave".

Brighi chiude con un paradosso: “Questo terremoto, nella sua tragicità, potrebbe portare l’attenzione della comunità internazionale su di un Paese che ha visto 55 mila morti in 4 anni, 25 mila persone imprigionate, sindacalisti torturati, e con un colpo di reni aiutare l’opposizione democratica a porre fine al regime militare”.