In questi 25 anni di flessibilità, che cosa è successo al mercato del lavoro? Dopo il famoso pacchetto Treu, che con l’obiettivo di contrastare la disoccupazione aveva introdotto i contratti temporanei, e dopo il Libro bianco, un complesso normativo che ha fatto della flessibilità, appunto, un caposaldo, a che cosa hanno portato le riforme che si sono succedute?

Qualità e quantità

“Le riforme e le modifiche non hanno raggiunto gli obiettivi che si erano prefissate, mentre la qualità e la quantità dell’occupazione che si è venuta a creare sono negative” risponde Andrea Borghesi, segretario generale Nidil Cgil, che al tema ha dedicato l’iniziativa Il mercato del lavoro in Italia, ieri oggi e domani in corso oggi, 27 giugno, nella sede nazionale della Cgil a Roma e in diretta social su Collettiva.it. L’appuntamento, diviso in due sessioni, si inserisce nel ciclo di approfondimenti sulla storia economica e sociale, per festeggiare i 25 anni della categoria sindacale Cgil che rappresenta i precari, i somministrati e gli atipici.

Gli esperti e gli studiosi sono concordi nel dire che a un quarto di secolo dal varo delle politiche neoliberiste, l’occupazione che si è venuta a creare è precaria, a differenza di quanto accaduto negli stessi Paesi nostri simili, Francia, Germania, Spagna. I numeri danno ragione a questa tesi.

I numeri

L’andamento delle attivazioni è stato crescente dal 2010 al 2023, se si esclude la flessione del 2020 dovuta alla pandemia. La quota dei contratti a tempo determinato, però, che si è mantenuta costante al di sopra del 50 per cento, dal 2020 è cresciuta sfiorando il 60. Nel frattempo, si è ridotta la quota dei tempi indeterminati: sono passati dal 16,5 per cento delle attivazioni nel 2010 al 12,5 nel 2023. Sono aumentati i part time, specie per le donne, e sono diminuiti i full time. Inoltre, c’è stato un forte incremento della quota dei somministrati a tempo indeterminato.

Altro elemento interessante, la situazione occupazionale dopo 24 mesi degli assunti nel 2022: quota ridotta di stabilizzati presso lo stesso datore (24,6 per cento), 30 per cento di disoccupati, 39,2 a termine.

Precari senza una vita dignitosa

“Questi numeri ci confermano quello che stiamo dicendo da anni – prosegue Borghesi -, e cioè che la flessibilizzazione non si è tramutata in maggiore qualità dell’occupazione e libertà delle persone. Se guardiamo ai dati relativi ai salari, scopriamo che c’è una fetta del mondo professionale, dell’autonomo, degli iscritti alla gestione separata, che ha compensi non adeguati a una vita dignitosa. Siamo in presenza di lavoro povero, di persone che pur lavorando sono povere, una condizione dovuta al tempo che lavori, mi riferisco al part time involontario, e al ricorso ai contratti a termine che sono cresciuti in modo esponenziale”.

Basse retribuzioni e discontinuità

Anche qui i dati sono chiari. Gli intermittenti, che sono 780 mila in Italia, guadagnano in media 2.463 euro all’anno, i 650 mila stagionali, 8.793 euro se uomini e 7.265 se donne, i somministrati (quasi un milione) si posizionano al di sotto dei 10 mila, i 700 mila collaboratori sugli 11.700. Basse retribuzioni che si accompagnano alla discontinuità lavorativa e al lavoro a bassa intensità. Su tutti questi fattori vogliono incidere i quattro referendum proposti dalla Cgil, per i quali è tuttora in corso una grande campagna di raccolta firme.

Applicare la Costituzione

“Oltre a cancellare le forme più precarizzanti, come il lavoro a chiamata, bisognerebbe fissare il salario minimo, fare la legge sulla rappresentanza, e definire l’equo compenso che copra i lavoratori autonomi e che sia riferito alla quello della contrattazione collettiva – afferma ancora il segretario generale di Nidil -. Tutte riforme che darebbero seguito all’applicazione della parte centrale della nostra Costituzione repubblicana, quando agli articoli 36 e 39 afferma che il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa e che i sindacati, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, possono stipulare contratti collettivi con efficacia obbligatoria”.

Il richiamo ai principi della Costituzione è d’obbligo dopo la promulgazione della legge sull’autonomia differenziata da parte del Presidente della Repubblica.

Differenze territoriali 

“Le ulteriori differenze territoriali si potranno ripercuotere anche sui lavoratori precari, che sono impiegati in maniera trasversale in tutti i settori – conclude Andrea Borghesi -. Subiranno le stesse condizioni di frammentazione e di difficoltà di finanziamento dei sistemi pubblici. Penso alle agevolazioni per i disoccupati e i precari previste dalle legislazioni regionali, ai sussidi e ai sostegni, alle sorti delle aziende che sono legate a doppio filo a quelle dei territori dove operano. L’autonomia differenziata produrrà un’ulteriore differenziazioni e negazione del principio di unità nazionale previsto dalla Costituzione. Mentre è la Repubblica che deve rimuovere le differenze tra cittadini, questa riforma va in direzione contraria”.