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Un sistema strutturato, radicato e – secondo gli inquirenti – consapevolmente tollerato. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta della Procura di Milano che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di Andrea Dini, amministratore delegato di Dama spa e cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana.
L’accusa è di caporalato. Insieme a Dini risultano indagate altre cinque persone, tra cui imprenditori legati agli opifici dove venivano realizzate le produzioni. Il pubblico ministero Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per Dama spa (che controlla il marchio Paul & Shark e vanta un fatturato da oltre 120 milioni di euro) e per Alberto Aspesi & C. spa, due realtà centrali nella filiera del settore.
Il tribunale ha nominato un amministratore giudiziario che affianchi i dirigenti delle aziende. È una pratica abituale in questi casi e serve per correggere eventuali pratiche illegali senza interrompere l’attività produttiva e senza ricadute immediate sull’occupazione.
Secondo la Procura, i dirigenti di Dama e Alberto Aspesi & C. avrebbero appaltato parte della filiera a opifici pur sapendo che questi sfruttavano manodopera cinese, con lavoratori impiegati senza contratto, per un numero di ore superiore ai limiti di legge e in ambienti non idonei.
Turni estenuanti e condizioni degradanti
Le condizioni di lavoro descritte negli atti sono pesanti. Operai sfruttati fino a 14 ore al giorno, dalle 8 del mattino alle 22, spesso senza riposi settimanali. Retribuzioni sotto i minimi contrattuali, in alcuni casi non proporzionate alla quantità di lavoro svolto.
Molti lavoratori sarebbero stati irregolari sul territorio italiano, quindi particolarmente esposti a forme di ricatto. Vivevano negli stessi luoghi di lavoro, in dormitori improvvisati ricavati nei capannoni: spazi senza luce naturale, senza adeguata areazione, con condizioni igienico-sanitarie critiche.
A questo si aggiungono violazioni delle norme sulla sicurezza e sistemi di videosorveglianza installati senza autorizzazione, con un controllo costante sugli operai.
Il filo rosso con le altre inchieste
Non è un episodio isolato. Dama e Aspesi sono soltanto le ultime aziende del settore a essere coinvolte in indagini sullo sfruttamento del lavoro. Negli ultimi mesi vicende analoghe hanno riguardato anche marchi di primo piano come Tod’s, Dolce & Gabbana, Gucci e Prada.
Il quadro che emerge è quello di un modello produttivo che continua a ripresentarsi. Cambiano i marchi, cambiano i fornitori, ma il meccanismo resta lo stesso: esternalizzazione spinta, frammentazione della produzione, scarico dei costi sul lavoro.
Il risultato è una filiera lunga e opaca, in cui la distanza tra brand e produzione reale diventa lo spazio in cui si inserisce lo sfruttamento.
La filiera sotto accusa
Il punto centrale dell’indagine non riguarda solo i singoli laboratori irregolari. La Procura punta a risalire la catena delle responsabilità, fino ai committenti. Secondo gli inquirenti, le aziende avrebbero continuato ad affidare commesse a opifici già segnalati per irregolarità, senza attivare controlli efficaci. In alcuni casi, i fornitori cambiavano ragione sociale ma proseguivano l’attività con gli stessi lavoratori, le stesse macchine e le stesse modalità.
Per i magistrati, si tratta di una “politica di impresa” che accetta lo sfruttamento come leva competitiva. Ridurre il costo del lavoro diventa così una componente strutturale del modello produttivo.
Le prove raccolte dagli investigatori
Le perquisizioni, avviate nel 2023, hanno portato al sequestro di capi di abbigliamento e documentazione. Tra gli elementi raccolti anche un quaderno manoscritto con numeri di telefono e istruzioni operative relative ai rapporti con le aziende committenti. Un dettaglio che, secondo la Procura, dimostrerebbe un legame diretto e continuativo tra produzione e marchi.
A confermare il quadro anche altri elementi: cartelli in lingua cinese con indicati gli orari reali di lavoro e l’analisi dei consumi elettrici, che evidenzierebbe cicli produttivi di circa 14 ore al giorno, anche nei fine settimana. Dati difficilmente conciliabili con le versioni ufficiali.
Secondo quanto ricostruito dalle indagini, i dirigenti delle due aziende erano al corrente della situazione. Si recavano periodicamente nei laboratori dei fornitori, dove le condizioni dei lavoratori risultavano evidenti: in alcuni casi gli operai vivevano all’interno degli stessi capannoni, tra letti improvvisati e spazi adibiti a cucina.
Le aziende coinvolte risultano dotate di modelli organizzativi e codici etici. Ma, secondo gli inquirenti, questi strumenti non avrebbero funzionato. Si parla di sistemi di controllo interni “fallaci”, incapaci di intercettare – o di fermare – situazioni di sfruttamento che andavano avanti da anni. Un elemento che rafforza l’ipotesi di una responsabilità non solo indiretta. Il controllo giudiziario interviene proprio su questo punto: riorganizzare i meccanismi di verifica e interrompere le pratiche irregolari senza fermare la produzione.
Dal caso camici a oggi
Per Andrea Dini non è il primo caso di esposizione mediatica. Il suo nome era già emerso nel 2020 nel cosiddetto caso dei camici durante l’emergenza Covid, legato a una fornitura alla Regione Lombardia considerata opaca proprio per il rapporto di parentela con il governatore, commessa in seguito trasformata in donazione.
Quell’indagine si è chiusa con l’archiviazione nel 2022. Oggi lo scenario è diverso, ma il ritorno del nome di Dini in un’inchiesta giudiziaria riporta l’attenzione su un intreccio delicato tra impresa, istituzioni e gestione delle commesse.
C’è un dato che attraversa tutta l’indagine: la continuità. Secondo la Procura, il sistema di sfruttamento sarebbe andato avanti per anni, nonostante controlli, segnalazioni e precedenti interventi. È questo l’elemento che più avvicina il caso milanese agli altri emersi nella moda italiana. Non una deviazione occasionale, ma un meccanismo che tende a riprodursi. Un sistema che si adatta, cambia forma, sostituisce fornitori e sigle societarie, ma mantiene lo stesso equilibrio: produzione veloce, costi bassi, diritti compressi.
Votare no per evitare stop inchieste caporalato
In questo contesto si inserisce anche il dibattito sul referendum sulla giustizia. La Cgil richiama l’importanza di un’indipendenza piena della magistratura, sottolineando come le inchieste sul caporalato e sullo sfruttamento lungo le filiere produttive siano possibili proprio grazie a un’autonomia che consente ai giudici di intervenire anche nei confronti di grandi gruppi economici.
"Il 22 e 23 marzo si voterà il referendum sulla giustizia: – afferma Alessandro Genovesi, responsabile appalti e contrasto al lavoro nero della Cgil Nazionale – la Cgil invita a votare NO per difendere la Costituzione e l’indipendenza della magistratura. È fondamentale tutelare un’indipendenza che consente ai magistrati di perseguire reati come sfruttamento e lavoro nero, anche contro grandi multinazionali o potentati economico-politici, radicati in settori come l’agricoltura o l’edilizia e non solo".
Come ricorda il dirigente sindacale "sono centinaia le inchieste sullo sfruttamento del lavoro: magistrati e forze dell’ordine colpiscono non solo chi sfrutta, ma anche i grandi committenti che traggono profitto grazie a catene di appalti e subappalti, forniture in cui imprese schermo o imprese serbatoio forniscono manodopera a pochi euro l’ora, evadendo anche tasse e contributi".
"Insomma - conclude Genovesi - votare NO al prossimo referendum è interesse prima di tutto di lavoratori e lavoratrici per evitare che un domani, magistrati più deboli e influenzabili dal potere politico, possano essere orientati a non perseguire più reati contro grandi detentori di risorse o grandi imprenditori che magari finanziano a livello nazionale o locale questo o quel partito".





























