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Questo reportage fa parte di Collettiva Academy, il progetto di collaborazione tra la redazione di Collettiva e gli studenti del corso di laurea in Media, comunicazione digitale e giornalismo dell’Università La Sapienza di Roma. Gli autori sono studenti che hanno partecipato al nostro laboratorio di giornalismo narrativo.
“Sono tunisino, sono arrivato in Italia nel 2023 con la barca, avevo 17 anni, ho lasciato la mia famiglia lì”. Mohamed Karim ora di anni ne ha 18, ha abbandonato la Tunisia un anno fa per aiutare i genitori rimasti lì. Oggi vive in un centro di accoglienza nei pressi di Velletri e usa il pugilato come valvola di sfogo. “A casa ho fatto boxe per 4 anni e poi ho smesso per un po’”.
Ma per Mohamed la palestra è qualcosa di più, è un’opportunità per integrarsi nella comunità. “Quando sono arrivato qui ho parlato con il mio amico Rayan che mi ha fatto conoscere la palestra popolare di Velletri, grazie a lui ho incontrato Carmine, l’allenatore, che mi ha accolto molto bene. Mi piace stare qui, e mi piacciono anche le persone che ci sono. In palestra mi sento tranquillo e calmo, dimentico tutti i miei problemi”.
La storia di Mohamed non è un caso isolato. Sono molti i giovani di seconda generazione nel nostro Paese, e la questione della loro integrazione è ormai un tema cruciale, anche se complesso, e che quindi richiede un'attenzione costante da parte delle istituzioni e della società civile. In questo scenario, lo sport può essere uno strumento per riflettere sulle possibili soluzioni che possano garantire una stabilità maggiore ai giovani migranti in Italia.


Una palestra come opportunità
La seconda generazione è composta dai figli di immigrati nati nel Paese di accoglienza. A questi si aggiunge una categoria particolare, quella dei “minori stranieri non accompagnati” (Msna): ragazzi di età inferiore ai diciotto anni che arrivano sul territorio nazionale, privi di assistenza e di rappresentanza legale. Secondo i dati del Ministero del lavoro, i minori stranieri non accompagnati censiti al 31 luglio 2024 in Italia sono 20.213. Sono in maggioranza ragazzi (87,9%) e hanno principalmente tra i 15 e i 17 anni. Arrivano soprattutto dall’Africa e dal Medio Oriente.
L’attività sportiva, per loro, rappresenta una grande opportunità. Per il nostro Paese una sfida per la coesione sociale. Attraverso l'organizzazione di eventi, tornei e iniziative dedicate, infatti, numerose associazioni e cooperative lavorano per colmare le lacune lasciate dalle istituzioni, offrendo ai giovani migranti la possibilità di superare gli ostacoli burocratici e di costruire relazioni significative con i loro coetanei. Esempi rilevanti sono Mundialido Club Italia, Liberi Nantes e Sport Senza Frontiere, che operano sul territorio nazionale promuovendo la pratica sportiva come strumento di integrazione e di arricchimento reciproco.
Appartenenza incompleta
Molti di questi ragazzi nascono nel territorio italiano, ma acquisiscono la cittadinanza solo al raggiungimento della maggiore età. Escono così dal collettivo degli stranieri. Rayan ha 18 anni, ed è nato in Italia: “L’anno scorso dovevo andare a combattere in Irlanda, per rappresentare l’Italia, mi hanno rifiutato la partenza poiché al check-in avevo bisogno del visto. Io sono nato qui, ho il permesso di soggiorno a tempo indeterminato, però avevo bisogno del visto. Perché la cittadinanza l’avrei presa solo al raggiungimento della maggiore età”. “Non avevo né il passaporto tunisino, né quello italiano, quindi non potevo partire”.


Rayan non è l'unico ad essere italiano di fatto, ma non di diritto, e a sentire il peso di un'appartenenza incompleta. La sua storia rispecchia quella di migliaia di giovani che si trovano a confrontarsi con numerose difficoltà che limitano opportunità e partecipazione alla società.
I giovani di famiglia migrante divenuti italiani nel 2017 sono stati oltre 54 mila, rappresentando quasi lo 0,5% dell’intera popolazione residente in Italia tra 0 e 19 anni, e il 4,9% della popolazione migrante della stessa età presente nel nostro Paese.
Il diritto alla cittadinanza
Da anni, in Italia, si dibatte sulla possibilità di estendere il diritto di cittadinanza a coloro che nascono sul territorio nazionale, anche da genitori sono stranieri. Nonostante le numerose richieste, la legislazione italiana, rimane ancorata al principio dello “ius sanguinis” con la legge 91 del 1992, ovvero l'acquisizione della cittadinanza per discendenza.


Diversamente sono molti i Paesi europei che applicano il principio dello Ius soli, ovvero il diritto di cittadinanza per nascita sul territorio, in cui si considerano i nati nel proprio territorio come cittadini, indipendentemente dalle origini dei genitori. In Italia, invece, questo principio è limitato a casi eccezionali, come i figli di apolidi o di genitori ignoti. Così il nostro Paese si colloca in una posizione arretrata rispetto, ad esempio, a Francia, Germania e Spagna che hanno introdotto norme che facilitano l'accesso alla cittadinanza per le nuove generazioni nate sul loro territorio preoccupandosi in vario modo di includerle rapidamente nella società.
Recentemente il dibattito sullo “ius scholae” è ripreso. Il referendum promosso dalla società civile e dalla Cgil per accelerare i tempi per l'ottenimento della cittadinanza attraverso la residenza si voterà l'8 e il 9 giugno prossimi.


Sport e integrazione
Possedere la cittadinanza, oltre che sentirsi italiano a tutti gli effetti, significa avere dei diritti come quello di partecipare a percorsi di studio all’estero, rappresentare l’Italia nelle competizioni sportive, esercitare il diritto di voto e quello di essere eletto. Un esempio lampante di integrazione sportiva è rappresentato dai i 36 atleti nati da genitori di origine straniera che hanno gareggiato alle Olimpiadi di Parigi con la maglia azzurra. Questi giovani, che rappresentavano il 9% del totale degli atleti olimpici italiani hanno cognomi come Jacobs o Sylla, e dimostrano come lo sport permetta di superare le barriere culturali e linguistiche. Sui campi da gioco, almeno su quelli per i quali non occorre un grosso investimento, tutti partono dalla stessa linea di partenza, indipendentemente dalle proprie origini.
La pratica sportiva, infatti, coinvolge molteplici aspetti della vita, dalla cultura alle relazioni sociali. Come racconta l'allenatore della palestra popolare di Velletri, Carmine: “Ci teniamo a garantire la possibilità di accesso allo sport a tutti quanti senza distinzioni o discriminazioni, promuovendo i valori di uno sport sano e fuori da ogni logica di mercato”.
Non solo a Velletri, ma anche in altre zone di Roma sono diverse le palestre popolari che offrono un’alternativa accessibile, come quella del Quadraro, di San Lorenzo, o del Quarticciolo. È proprio qui che questi ragazzi trovano un ambiente protetto dove possono superare le proprie paure e acquisire fiducia nelle proprie capacità. Attraverso l'allenamento, imparano il valore della disciplina, del sacrificio e del rispetto per gli altri. Sport come il pugilato, pur nella loro individualità, insegnano ai ragazzi a confrontarsi con se stessi e con gli altri in modo leale e rispettoso. Sul ring la diversità non è un limite, anzi: “Farò per sempre boxe. È una cosa che sta nel mio cuore”, dice Mohammed Karim con un velo di orgoglio sul volto.