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Un tempo la fedeltà era virtù cardinale, oggi scivola spesso nel riflesso condizionato. Nell’automatismo rassicurante delle alleanze permanenti sorprende chi decide di pensare con la propria testa. Il governo spagnolo lo ha fatto e lo ha detto con una formula semplice, quasi scandalosa nel frastuono dei cacciabombardieri.
Mentre altri lucidano piste e allineano fedeltà come soldatini, Madrid ricorda che le basi militari servono alla cooperazione non alle escalation unilaterali. Washington strepita, Donald Trump minaccia ritorsioni come un caposquadra offeso. La risposta arriva fredda e adulta: nessuna complicità in qualcosa di sbagliato per paura delle rappresaglie.
Il Pentagono arrotola le manichette dei KC-135 e trasloca verso cieli più obbedienti. Poco male. Rimane un’idea che in molte capitali occidentali sembra antiquariato giuridico: il diritto internazionale. Nella penisola iberica lo si pronuncia come fosse ancora una bussola, mentre altrove lo si tratta come carta da parati buona per vertici e foto di famiglia.
Pedro Sánchez ricorda una lezione che qualcuno alla casa Bianca preferisce dimenticare. Così iniziano i grandi disastri dell’umanità. L’Iraq doveva portare sicurezza e democrazia, ha lasciato terrorismo, instabilità, crisi energetiche e migrazioni forzate. La roulette geopolitica piace ai leader che guardano le mappe come un videogioco crackato.
Per questo la posizione spagnola si riduce a tre parole: no alla guerra. Uno slogan che irrita gli strateghi da talk show e i bulli della diplomazia muscolare. Meglio irritare Trump che accompagnarlo nell’ennesima avventura militare. La Spagna sceglie il tavolo invece del decollo e ricorda all’Europa che la dignità, ogni tanto, vale più di una base.






















