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Il 20 marzo è passato al Senato il disegno di legge 1146 sull’intelligenza artificiale, un provvedimento che dovrebbe “facilitare” l’applicazione delle regolamento europeo: AI Act, approvato nel 2024 dal Parlamento europeo, nel quadro normativo nazionale. Come Cgil abbiamo partecipato ad audizioni ed inviato memorie, sia per i lavori delle commissioni Parlamentari, sia a commento del ddl 1146.
Ci sembra però che il dibattito sia affogato in mille ragionamenti, alle volte fatti più per segnalare una presenza che non per indicare una direzione chiara. Il quadro politico e industriale globale certamente non facilita le scelte del “regolatore nazionale”, ma questo non toglie che vi sia una urgenza nel rendere la trasformazione tecnologica, produttiva e sociale in corso, compatibile con la vita reale delle persone.
Come avviene davanti a fenomeni che producono una trasformazione profonda della società è indispensabile individuare una governance. Non basta e non si possono regolare singoli effetti, è necessario disegnare un quadro normativo chiaro e compatibile con gli assetti già vigenti, dare forma alla gestione dei processi (autorità, controlli e contrattazione collettiva), indirizzare le politiche industriali (investimenti, ricerca e sviluppo). È necessario fare sistema.
Invece il ddl si limita a ripetere principi etici, già presenti nel regolamento Ue, e a demandare il grosso delle scelte al governo, con una delega generica ed eccessiva su temi di grande delicatezza: sicurezza, difesa, sanità, giustizia, formazione e educazione. A questo elemento sostanziale di preoccupazione, si aggiunge il fattore tempo: i decreti attuativi, infatti, debbono essere adottati entro 12 mesi dalla promulgazione della Legge, oggi ancora in discussione alla Camera, mentre il Regolamento Ue è già in attuazione dal 2 febbraio 2025, almeno per la parte che vieta alcune applicazioni (riconoscimento delle emozioni in ambito lavorativo, tecniche di manipolazione subliminale o ingannevoli, sfruttamento delle vulnerabilità, sistemi di social scoring, Identificazione biometrica in tempo reale, valutazioni del rischio relative a persone fisiche, categorizzazione biometrica basata su dati sensibili, creazione o ampliamento di banche dati di riconoscimento facciale mediante scraping non mirato).
Fatta la regola (regolamento Ue) sembra non esserci nessuno ad applicarla; infatti, il ddl 1146 posticipa nella delega anche la costituzione dell’Autorità nazionale per l’intelligenza artificiale. Ora, al di là della confusa formula scelta dal nostro governo sull’individuazione di questa autorità (composta da Anc e Agid, ma anche supportata da Banca d’Italia, Ivass e Consob, senza dimenticare le prerogative del Garante per il trattamento dei dati personali), che renderà complicato il suo funzionamento, oltre che poco chiara l’interazione con le parti sociali che dovrebbe essere strategica nella valutazione dei rischi e nella regolazione, si sta determinando un vuoto funzionale nella fase più delicata di attuazione del Regolamento europeo.
Non si può nascondere che c’è una spinta di buona parte delle imprese a chiedere minori regole. La pressione più forte arriva proprio da quelle multinazionali statunitensi che hanno il monopolio tecnologico quasi assoluto, multinazionali che nel frattempo si stanno spartendo il mercato italiano, anche attraverso accordi con istituzioni pubbliche nazionali e locali, mentre il decisore posticipa le scelte regolatorie e di governance (sarà un caso?).
Diciamo che ascoltando il “dibattito pubblico” siamo ad un passo dal: non siamo in grado di recuperare il gap tecnologici quindi acquisiamo le loro tecnologie a “buon prezzo”, cioè regalando i dati dei cittadini, sensibili e non, con buona pace della privacy, dello sviluppo tecnologico nostrano e delle politiche industriali (Tim docet). Sul lavoro il ddl non dice nulla, anzi dice molto, si esplicita solo la parte che impegna le imprese a dare l’informativa al lavoratore sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, come previsto nel decreto trasparenza. Il sindacato non esiste.
L’Osservatorio per l’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, organismo istituito presso il ministero del Lavoro, segue i tempi della delega; dovranno quindi passare dodici mesi per la sua istituzione. Al di là di non indicare da chi sarà composto (lo deciderà un decreto ministeriale), tra dodici mesi saremo in una nuova era tecnologica, le imprese avranno già messo a regime gli strumenti di IA e si sarà persa l’occasione di regolare anticipatamente un processo di trasformazione profonda del sistema produttivo.
In ogni dibattito emerge l’esigenza che il mondo del lavoro e i lavoratori accettino questa nuova tecnologia e superino la diffidenza e la “paura” di vedere la propria attività sostituita da “una macchina”. Da nessuna parte, però, si formalizza l’esigenza di una contrattazione d’anticipo che definisca regole e salvaguardi occupazione (formazione), salari e professionalità. Va comunque rammentato a questo “dibattito artificiale” che le regole per il lavoro ci sono, anche per quanto rileva i cambiamenti organizzativi, l’introduzione e di nuovi strumenti tecnologici, la tutela individuale e collettiva (la richiesta d’informativa - parte prima dei contratti; l’art. 4 della legge 300/1970 sul controllo a distanza; l’applicazione del Regolamento sul trattamento dei dati personali, la norma su salute e sicurezza - la redazione del documento di valutazione rischi), manca invece la volontà di dare respiro alla contrattazione collettiva, magari definendo un protocollo che consenta di accompagnare ad una giusta transizione, evitando quindi il rischio di trovarci a breve in una conflittualità diffusa con danni per le imprese, il sistema produttivo nazionale ed i lavoratori.
Va sottolineato che il Regolamento europeo definisce gli strumenti di IA utilizzati per il lavoro sempre ad alto rischio, esprimendo l’esigenza di predisporre una valutazione dei rischi anticipata (autorità, imprese e sindacato), sapendo anche che la responsabilità di conformità del prodotto è dell’impresa e da questo non si sfugge. La politica dovrebbe accompagnare la trasformazione facendo sistema. Con i suoi ritardi e la scarsa comprensione di un fenomeno sociale così profondo sta invece lasciando al mercato il compito di autoregolarsi, oltretutto non rendendosi conto di quanto il mercato digitale e dell’IA sia sbilanciato verso altri Paesi che, così come stiamo agendo, estrarranno ricchezza, occupazione e professionalità dal nostro.
Alessio De Luca - Responsabile Ufficio progetto lavoro 4.0 della Cgil Nazionale