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La denuncia arriva dalla Corte dei conti che in una recente deliberazione ha fatto il punto sullo stato di realizzazione del decreto 55 del 29 marzo 2022. Quel provvedimento dava gambe e braccia alla Missione 5 componente 2 del Pnrr. 200 milioni suddivisi tra 37 Comuni in 11 Regioni destinatari della misura che aveva come obiettivo il contrasto al caporalato attraverso la realizzazione di condizioni abitative dignitose. L’idea era quella di superare le baraccopoli dove risiedono i braccianti e contemporaneamente realizzare progetti di inclusione, di mobilità e di accesso alla sanità. Ma lo stato dell’arte fotografato dalla Corte dei conti è più che allarmante.
Una denuncia che parte da lontano
In realtà già da tempo la Cgil e la Flai avevano sollevato allarme e preoccupazione rispetto al nulla di fatto di quei progetti. A inizio 2023 furono redatti e approvati i Piani di azione locale, lo strumento necessario a trasformare quei soldi in progetti concreti. E poi il nulla. Entro giugno del 2023 andavano firmati gli accordi per il via libera ai Piani e distribuite le risorse. La legge prevedeva, infatti, che i Piani dovessero essere realizzati al 90% entro il 2025. Se così non sarà quelle risorse verranno destinate ad altro. E invece, da febbraio 2023 il governo sembra essersi dimenticato di questi fondi. Ma non sarà che il Governo Meloni, coerentemente con la propria posizione sui migranti, non ha nessun interesse a superare quei ghetti e a costruire processi e percorsi di inclusione?
Una toppa che sembra peggio del buco
Era il 21 giugno dello scorso anno quando la ministra del Lavoro e della Coesione sociale Calderone, che ha la titolarità di questa Missione, nominò il prefetto Maurizio Falco “commissario straordinario al superamento degli insediamenti abusivi e lotta allo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura”. Il commissario ci ha messo ben sei mesi per fare una ricognizione nei 37 Comuni presentatori dei Pal e assegnatari dei fondi per arrivare a dire che siamo in grande ritardo, che molti Comuni risultano “inidonei” perché i cronoprogrammi sono troppo lunghi rispetto agli obietti temporali della Missione 5.
Questo è quanto scrive la Corte dei conti. E quale sarebbe la proposta di Falco? Tagliare di circa la metà le risorse destinate al superamento degli insediamenti abusivi e le restanti utilizzarle per l’acquisto di moduli prefabbricati, assegnando alle Regioni e non più ai Comuni la responsabilità del fare, chiedendo una proroga di 15 mesi per l’attuazione della Missione. Altro che superamento dei campi e altro che strategie di inclusione. Ma, così, probabilmente si raggiunge il vero obiettivo di questo governo. Tanto più che al momento non risulta sia partita per Bruxelles la richiesta di proroga.
Una verità amara
Come abbiamo detto, i Comuni, in questa come in altre occasioni legate al Pnrr, hanno fatto quasi tutti i loro “compiti” e tutto era pronto per partire nei tempi dovuti tra fine 2022 e inizio 2023. Perché non si è partiti è facile a dirsi: il Governo Meloni non ha fatto arrivare i fondi ai Comuni e come è evidente loro non avevano risorse da anticipare. E a nulla solo valse le reiterate richieste e sollecitazioni di sindaci e sindacati.
È il sistema che non funziona
In prima linea per la realizzazione della Missione 5 fin dall’inizio della storia c’è stata la Flai Cgil. E ad ascoltare la segretaria nazionale della categoria
Silvia G uaraldi si ha sensazione di una persona non solo amareggiata ma anche assai arrabbiata: “È l’intero sistema a non funzionare, si scontano certo ritardi dei Comuni che spesso non hanno al loro interno le competenze per la progettazione, ma soprattutto è dal centro che non sono arrivati i soldi. Certo, il sospetto che, siccome sono risorse destinate a far star meglio i migranti, i ritardi siano funzionali a dirottarle su altro è forte”.Alla Puglia la fetta più grande
Ma chissà mai se i 100 milioni circa destinati ai Comuni pugliesi arriveranno. Ricordate Borgo Mezzanone? La baraccopoli più grande del mezzogiorno? In tutta la provincia di Foggia, racconta il segretario generale della Flai del territorio Giovanni Tarantella, il superamento dei ghetti dovrebbe riguardare quasi 5 mila persone. I progetti non comprendevano solo le unità abitative, dalla ristrutturazione di immobili e alberghi in disuso alla costruzione di nuovi manufatti, ma anche il diritto alla salute e alla mobilità, all’istruzione e ai corsi di lingua. “Insomma – dice Tarantella – l’obiettivo di questo processo deve essere, e sottolineo deve perché non mi rassegno a parlarne al passato, l’integrazione all'interno della vita sociale di questi lavoratori e lavoratrici”.
Il commissario latita
In provincia di Foggia sono mesi che, dopo alcuni incontri in prefettura, non sono più stati convocati tavoli, non sono stati più fatti incontri e nonostante le richieste di sindacati e sindaci non si ha notizia di come far partire i progetti. Ma un pericolo si profila all’orizzonte, pericolo che forse fin da subito era il mandato/obiettivo del prefetto/commissario Falco. “I sindaci - aggiunge Tarantella - giustamente non vogliono perdere le risorse assegnate e Falco ha indicato come soluzione quella di acquistare moduli prefabbricati come quelli utilizzati nei post terremoto. Noi non siamo d’accordo, è in contraddizione con l’obbiettivo della Missione, così non si superano i ghetti e non si contrasta il caporalato”.
La triste storia di un progetto bocciato
È davvero un insulto, oltre che un peccato, che il progetto presentato dal Comune di Albenga in Liguria sia stato inserito tra quelli non idonei per cronoprogramma troppo lungo. Il Pal prevede una durata di 24 mesi, se si fosse partiti a inizio del 2023 come si poteva se fossero arrivati i soldi dal ministero del Lavoro, i tempi sarebbero stati rispettati. È proprio arrabbiata Margherita Arleo, segretaria generale della Flai di Savona: “Stiamo parlando della zona più vasta e più ricca per la produzione agricola e circa il 35% della manodopera in agricoltura è migrante. Il progetto non solo prevedeva la creazione di appartamenti bilocali per ospitare ciascuno tre persone, ma anche uno sportello per l’attività sindacale, spazi per corsi di italiano, e attività di inclusione sociale”. Sarà per questo che è stato dichiarato inidoneo?
E il valore di quel progetto era anche altro, oggi i migranti che trovano occupazione in quel territorio non dormono né in baracche né in tende, ma in appartamenti privati di solito piccolissimi nei quali vengono stipate decine di persone in condizioni non dignitose, ovviamente affittati rigorosamente in nero. Il progetto prevedeva la ristrutturazione di un immobile di proprietà del Comune e di uno da acquistare per un totale di circa 4 milioni assegnati e 70 posti letto non più affittati illegalmente. “Sarebbe nato anche un centro polifunzionale con sportelli di orientamento, e luoghi per l’inclusione sociale. Probabilmente tutto questo ha dato fastidio” conclude amara Arleo.
Il governo non vuole sconfiggere il caporalato
Non bastano immobili al posto di baracche, per superare lo sfruttamento in agricoltura e più in generale nel lavoro, occorre fare squadra, un approccio “sistemico” e soprattutto ci vuole la volontà di farlo. È ancora Silvia Guaraldi a spiegare: “Se si costruiscono case ma non si prevede un sistema di trasporti che conduca i lavoratori nei campi, se non si ripristina un sistema pubblico di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro (lo stiamo facendo in provincia di Ferrara, quindi si può), se non si aprono sportelli di orientamento sindacale e sociale, il caporalato non si supera. Noi siamo convinti che fin da subito, nel governo, c'è stata leggerezza nell’attuazione di questa Missione nella speranza che queste risorse non venissero utilizzate per dirottarle su altro”.