PHOTO
Manuela Manera, esperta di Linguistica e Gender studies, nel suo libro Fa differenza. Comunicazione corretta e lotta di classe (Edizioni Gruppo Abele, pp. 208, euro 14) ripercorre i motivi per cui sia necessario attribuire il giusto valore politico alla comunicazione pubblica, dove le parole e il linguaggio che ne consegue diventano, oggi più che mai, strumenti di gestione di un potere sempre più violento, non solo verbalmente.
Il libro sembra quasi prevedere quanto accaduto in questi ultimi mesi, una corsa verso il cosiddetto free speech che ha trovato nell’elezione di Trump un punto di arrivo. O di partenza…
In realtà è un testo che parte dall’osservazione dell’ultimo periodo della nostra storia, dove c’è stata un’accelerazione in negativo nel peggioramento della narrazione e del creare discorsi fuorvianti, discriminatori. Il libro nasce poi anche da una riflessione affrontata sul tema del politicamente corretto, prima anche dell’elezione di Giorgia Meloni. Trump è un caso d’eccezione che emerge, ma è una tra le tante problematiche negative in questa direzione. C’è poi un contesto di riflessione attraverso determinate questioni riportate sul piano linguistico che affondano anche in quelle sociali: oggi ci troviamo di fronte a un incedere reazionario, conservativo, che rischia di far fare a tutti noi pericolosi passi indietro rispetto a una visione democratica, inclusiva e accogliente delle diversità nella società.
Un’inclinazione che ritroviamo anche nelle nuove generazioni?
In teoria oggi c’è molta più possibilità di accedere alle informazioni, culturali e non solo, quello che altri analisti del linguaggio e della società hanno chiamato “infodemia”, accentuatasi nel periodo del Covid. Bisogna chiedersi se di tutto ciò che circola si hanno poi anche le capacità critiche di contestualizzarlo, di integrare processi di analisi approfondite, altrimenti si rischia un boomerang poco controllabile. Quindi non ne farei tanto una questione generazionale, ciascuna generazione ha modificato il linguaggio e la visione della società e della cultura rispetto alla precedente, c’è sempre uno scarto.


Si tratta dunque di una questione più ampia?
Credo di sì, vedo una complessità che va al di là dell’anagrafe. Se i più giovani, i nativi digitali, possono intraprendere percorsi verso buoni contenuti, di fatto c’è una società che non aiuta in questa direzione. Si ritrovano una generazione più vecchia che tende ad arroccarsi, non tutti, nei suoi propri privilegi, non disposta a proporre un dialogo, un confronto vero con la realtà. La situazione emerge così in tutta la sua complessità, intrisa allo stesso tempo di possibilità e pericoli.
Nel libro c’è anche questo connubio linguistico tra comunicazione e lotta di classe, espressione che ormai sembra desueta.
Lo sguardo di classe spesso manca nell’analisi della comunicazione, inserito invece su diversi piani. L’accesso in pratica illimitato alle informazioni non significa che queste siano di qualità e mi permettano di capire le cose. Una buona comunicazione è una questione di classe, implica competenza, saper scegliere le notizie, la possibilità di andare a cercare altro materiale su un argomento, partecipare a incontri, momenti di confronto, leggere di più. Poi è una questione di classe anche rispetto a chi produce informazione, quel soffitto di cristallo cui spesso si fa riferimento in ottica gender ma che si può applicare anche a un’ottica di classe, dove formazione e scolarizzazione sono agganciate alle possibilità economiche, al contesto di provenienza, e altri fattori ancora.
Cosa si può fare in questo senso?
Credo sia importante l’adozione di linguaggi che abbiano uno sguardo più inclusivo su alcuni temi, perché non sempre a questo si accompagna la consapevolezza: si assumono atteggiamenti e si replicano senza sapere cosa significhino. Dunque in questo senso la scuola dell’obbligo non è ancora selezione ma partecipazione per entrare in contatto con la complessità, per formare uno sguardo critico, per avere strumenti che permettano di orientarsi nel mondo, ponendo e ponendosi anche domande.
Quali?
C’è una ricezione? C’è la possibilità di strumenti critici attraverso cui riuscire a comprendere un testo? Riesco a restituirlo rispetto a una rete di altre informazioni? Quando sento una notizia so relazionarla? Riesco a entrare dentro il significato di una parola? Presa di coscienza delle parole è anche un riconoscimento del valore di ciò che si sostiene, e di chi le dice. Sul cambiamento climatico, ad esempio, le parole di un giovane attivista hanno meno peso di un capo di Stato proprio nel senso del riconoscimento dell’autorità di parola; ma il riconoscimento del valore di ciò che viene detto spesso viene perduto: anzi, il giovane attivista per il clima ormai è diventato un eco-vandalo, attraverso il linguaggio della delegittimazione.
Dunque il potere della parola, malgrado l’avvento dell’ipertecnologia, è ancora un dato di fatto?
Sì, e bisogna interpretarlo in due modi. Il potere della parola come possibilità incarnata sul piano della realtà, dove non esiste la dicotomia tra il dire e il fare: se agisco in modo coerente le mie parole supportano le mie azioni, diventano conferma del cambiamento e attivatori dello stesso, perché la parole sono legate, agganciate all’immaginario, non la mera descrizione ma anche ciò che immagino, cui aspiro, il futuro verso cui tendo. Poi c’è il potere della parola non individuale, ma di relazione: posso leggere o studiare quanto voglio, ma soltanto una realtà fatta di alleanze, di occupazione degli spazi, di un’attività portata avanti collettivamente, può fare la differenza. Per cambiare l’ordine della realtà si può partire anche da un sobborgo, da un piccolo paese, per mettere in moto un potere trasformativo, di contagio rispetto ad altre realtà.
Per esempio?
Penso a don Milani, che non insegnava in una grande città ma nel Mugello, eppure con le parole sue e dei suoi studenti, raccolte in Lettera a una professoressa, ha innescato una grande trasformazione. Credo profondamente che un cambiamento agito attraverso alleanze e relazioni possa costruire una coscienza critica, in un contesto collettivo.

