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È sciopero dei magistrati e delle magistrate, è stato indetto dal Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati che chiedono di essere ascoltati su una riforma che giudicano sbagliata, inefficace nel migliorare la giustizia e forse anche pericolosa per la democrazia.
Lo scorso 28 gennaio l’Assemblea generale della Cgil ha approvato un Ordine del giorno a sostegno della mobilitazione che, per la confederazione di Corso d’Italia, “si inserisce in un più vasto e fondamentale impegno (anche referendario) a difesa della Costituzione e per la sua integrale applicazione che ci vedrà fortemente mobilitati nei prossimi mesi”. Dirigenti della Cgil saranno presenti nelle iniziative organizzate nelle diverse città italiane dalla Anm.
Rocco Maruotti è stato recentemente eletto segretario nazionale dell’Associazione, è entrato in magistratura nel 2013, prima ha lavorato all’ufficio legale del ministero della Cultura e come ricercatore di diritto penale presso l’Università di Foggia e le Università "La Sapienza" e "L.U.I.S.S." di Roma. Dal 2016 è pubblico ministero presso la Procura di Rieti e, tra gli altri processi, si è occupato delle indagini e dei conseguenti processi sulle cause dei crolli e dei decessi verificatisi in occasione del terremoto che nell’agosto 2016 devastò la zona di Amatrice. È convinto che la riforma della magistratura voluta dal governo non vada bene, non servirebbe ai cittadini e alle cittadine, non renderebbe più rapida ed efficiente la giustizia. Minerebbe, invece, il principio costituzionale dell’autonomia dei magistrati, trasformerebbe i pubblici ministeri in super poliziotti sottoposti all’esecutivo e verrebbe meno l’obbligatorietà dell’azione penale. Ma – sostiene Maruotti – “esiste il filo rosso che lega chiaramente una serie di scelte compiute dal governo, una certa insofferenza al controllo di legalità”.
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Tra le ragioni dello sciopero del 27 febbraio c'è anche la difficoltà di dialogo, di confronto con il governo?Sì, una premessa però. Lo sciopero è stato proclamato dal precedente Comitato direttivo centrale sulla base di un deliberato dell'Assemblea nazionale dello scorso 15 di settembre, la più partecipata degli ultimi 20 anni, soprattutto da colleghi molto giovani. In quel deliberato si dava mandato al Comitato direttivo di proclamare una giornata di sciopero se in un ramo del Parlamento si fosse approvata in prima lettura la riforma. Non solo la Camera ha approvato quel testo ma lo ha blindato, non accettando nemmeno emendamenti presentati da una forza di maggioranza. Non mi pare una grande apertura al dialogo. Certo, testi blindati, decreti e voti di fiducia non sono una novità, in questo caso però stiamo parlando di una riforma costituzionale, una riforma che incide sul dettato costituzionale, la regola primaria del nostro ordinamento e sulla quale bisognerebbe francamente trovare una soluzione condivisa. Abbiamo capito, allora, che grandi possibilità di dialogo non c'erano.
Un altro dei punti a cui lei è particolarmente legato è proprio quello dell'autonomia della magistratura: è messa in discussione da quel testo di riforma?
Anche in questo caso la risposta è sì. L'articolo 104 della Costituzione afferma che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Se formalmente questo articolo non viene modificato dalla riforma, nella sostanza il testo mina proprio l’autonomia della magistratura. In tutti i Paesi in cui vi è la separazione delle carriere, vi è una qualunque forma di controllo politico sul pubblico ministero. D’altra parte se si separano le carriere, si costituisce un Csm dei pubblici ministeri e quel corpo acquisirebbe un grande potere e sarebbe autoreferenziale. Il controllo politico sarebbe l’evoluzione naturale. E non siamo solo noi a sostenerlo. Marcello Pera, un costituzionalista liberale, è stato presidente del Senato, voluto da Berlusconi, politicamente vicino a questo governo, ha scritto un articolo su Il Foglio 10 giorni fa in cui diceva chiaramente: "È chiaro e inevitabile che l'effetto di questa riforma sarà un controllo dell'esecutivo sul pubblico ministero".
La nostra Costituzione prevede l'obbligatorietà dell'azione penale. Se la riforma passasse questo obbligo costituzionale rimarrebbe?
Temiamo che il primo principio che potrebbe essere messo in crisi sarebbe proprio quello della obbligatorietà dell'azione penale che, insieme all'unicità delle carriere, è una felice anomalia. Nei Paesi dove c'è separazione delle carriere e dove c'è un controllo politico sui pubblici ministeri non vi è l'obbligatorietà della azione penale, è il Parlamento o addirittura il governo che indica quali sono i reati che bisogna perseguire in via prioritaria o addirittura in alcuni casi in via esclusiva. Il pericolo di una magistratura controllata dalla politica è che potrebbe sentirsi dire: "Diamo priorità ai reati di strada, non perseguiamo perché non sono una priorità i reati dei colletti bianchi”. D’altra parte esiste il filo rosso che lega chiaramente una serie di scelte compiute dal governo, una certa insofferenza al controllo di legalità. Insofferenza che c’è, ad esempio, anche negli Stati Uniti di Trump. Il controllo di legalità, però, è uno dei pilastri della separazione dei poteri e ha mantenuto in piedi le democrazie negli ultimi tre secoli. Presuppone che uno dei poteri dello Stato, quello giudiziario, debba esercitare il controllo di legalità su tutti, compresi i politici, è l'articolo 3 della Costituzione che dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di razza, di sesso, di religione, eccetera. Tutti senza eccezione, i politici non sono esclusi da quel “tutti”. La sensazione che abbiamo, invece, è che si voglia arrivare a sottrarre alcune tipologie di soggetti dal controllo di legalità. Questa è una cosa che deve preoccupare i cittadini e le cittadine, non i magistrati.
Qualora questa riforma passasse, tutti i problemi della giustizia che i cittadini e le cittadine comuni si trovano ad affrontare si risolverebbero?
Le rispondo con le parole della senatrice Giulia Bongiorno, che è una di quelli che questa riforma l’ha scritta e che la conosce meglio di tutti, la quale non più tardi di un mese fa nell'aula del Senato ha detto: "Solo un ignorante potrebbe pensare che questa riforma serve per migliorare l'efficienza della giustizia". Le dico di più, questa riforma non introduce alcun elemento di efficienza a fronte di richieste che facciamo da anni, aumento degli organici dei magistrati, aumento degli organici del personale amministrativo, adeguamento delle strumentazioni informatiche che sono totalmente inadeguate, interventi sulle sedi giudiziarie. Eppure, l’articolo 110 della Costituzione affida proprio al ministro della Giustizia il compito di assicurare le risorse necessarie a garantire l'efficienza del sistema giudiziario. E la riforma aumenterà i costi di funzionamento, basti pensare che invece di un Csm ne avremmo tre. Quindi né risparmi né efficienza della giustizia, ma indebolimento della magistratura. Questo è il vero obiettivo della riforma.